Il seguito del Libro Rosso che nessun Hobbit avrebbe mai voluto leggere, e che infatti…

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martedì, 18 settembre 2007
Note Introduttive

Holfast Giardiniere, più tardi noto col nome di Holfast Belpiccolo delle Torri, figlio di Frodo Giardiniere (secondogenito di Samvise Giardiniere e Rosa Cotton), che diede alla luce Harding del Colle, il quale divenne il primo Guardiano dei Confini Occidentali, non ce ne frega un cazzo.

 

Si narrerà invece del più modesto e poco noto Tolman Giardiniere, ultimogenito (ma si dice?) di Samvise, nonché ultimogemito per lo stesso motivo. Tolman era un grandissimo coglione e rompiballe di prima categoria, ciononostante fu in grado, col suo nascosto coraggio, la sua forza interiore e i suoi piedi pelosi, a fare della Terra di Mezzo un luogo più sicuro e più migliore (???).

Ma cominceremo col fare alcune premesse di fondamentale importanza: la Contea così come è stata descritta al termine del Libro Rosso non esiste più. Nei tempi di Tolman ha più cinema.

E ipermercati grandi così.

Tolman nasce nel 1442 (datazione Hobbit), non può quindi avere idea dei fatti che hanno preceduto l’arrivo del Nuovo Ordine e l’ascesa di re Elassar, ma d’altra parte, anche conoscendoli, se ne strafotterebbe.

Nel 1482 la scomparsa del padre Samvise lo coglie del tutto impreparato: alla tenera età di 40 anni è già costretto a farsi carico di un cazzo di niente, visto che il padre era ricco da far vomitare.

Nemmeno Messer Meriadoc Brandibuck e il Conte Peregrino Tuc si trovano più nella Contea al momento del nostro racconto, giacché nel 1484 sono partiti alla volta delle terre di Rohan, richiamati da Re Éomer per passare con lui gli ultimi momenti della sua vita mortale e puzzolente. La gente della Contea racconta che i due Hobbit siano stati coperti di insulti dall’enorme Troll della Frutta di Moria, e che, per vendetta, Messer Meriadoc gli abbia spanato un piede con un carretto per i gelati.

 

Potrei ancora andare avanti a raccontare panzane per pagine e pagine, ma giacchè non mi chiamo J.R.R. proseguirò nella storia vera e propria, ponendo fine a queste inutili e orrende noticine.

Postato da: Marcondirondel a 17:41 | link | commenti (1)
holfast

Un Luminoso Avvenire

 

Correva l’anno 1490, e un Aprile caldo quanto noioso si prospettava agli ancor giovani (ma se ha quasi 50 anni!!) occhi di Tolman Giardiniere, mentre era disteso comodamente su di un amaca proprio di fronte alla sua bella casa sul Colle di Lungacque.

“Non sarà giunta l’ora che tu faccia qualcosa della tua vita, giovane Tolman?”

La voce stridula e arrabbiata di Rosa Cotton, sua madre, lo destò dal torpore.

“Non penso proprio. Ciao.”

E riprese a sonnecchiare placidamente.

 

Essendo l’ultimo di 13 figli era ormai abituato a sentirsi chiamare “giovane Tolman”, “piccolo Tolman”, “Tolmanino”, “Dolmen obeso”, “Stonhenge dei poveri”, “A stronzo”, “Ehi tu faccia da fesso” e cose del genere, ma la cosa ormai non lo infastidiva nemmeno più. Ciò che invece lo infastidiva davvero erano i bambini stupidi che venivano a punzecchiargli i piedi mentre riposava sull’amaca.

Figli suoi, tra l’altro.

“La volete finire, brutti idioti!!” il suo urlo squarciò il telo da mare.

“Ma papà” disse uno dei tre, “io ho paura.” “E io voglio un chinderbueno.” Disse il secondo. “E io devo fare la cacca.” Disse il più piccolo.

“Benone” rispose sicuro Tolman, “allora avete già risolto i vostri problemi: tu hai paura? Lui se la fa addosso. Perfetto.”

“E il chinderbueno?”

“Sai cos’è la coprofagia?”

 “No.”

“Bene.”

 I tre marmocchi si misero a piangere e scapparono via, finendo schiacciati da un carrello per la spesa stracolmo. Due morirono, il terzo si spense dopo un coma straziante e doloroso trascinatosi per oltre 2 mesi, il carrello però fu tratto in salvo con successo, e oggi vive tranquillo davanti a un GS.

 

E due mesi della storia li abbiamo fatti passare in allegria, tra l’altro sono anche riuscito a far morire tre personaggi. E poi dicono che non ho il dono della sintesi.

 

Il viaggio di Eribertsz

 

Eh?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E via, verso nuovi Orizzonti

 

Da tempo ormai il buon Tolman si aggirava incerto tra i meandri ombrosi e tetri del suo io frammentato.

No, forse no: quello era un altro.

Comunque: il nostro Tolman sentiva dentro di sé crescere il bisogno di lasciare quelle terre in cui così a lungo aveva vissuto, comodamente disteso tra i mille agi che la ricchezza gli permetteva, e senza incontrare alcuna difficoltà (a parte il tagliarsi le unghie, giacché forbicine e tronchesine scarseggiavano e…ma questa è un’altra storia). All’improvviso, un giorno, così, senza un vero perché, prese e partì.

Ciao.

 

Fine.

 

No, è tutto falso.

 

Il buon vecchio giovane Tolman non aveva neanche voglia di andare fino in bagno, figuriamoci lasciare la Contea! Fu piuttosto la malasorte a costringerlo ad abbandonare i cari luoghi natii.

Nel Giugno di quello stesso anno (quale? Ritrovalo tu!) uno strano male cominciò a diffondersi tra gli hobbit (o i hobbit?) di Lungacque, un virus ignoto e contagioso, di cui nessuno prima d’allora aveva mai sentito parlare. I sintomi erano evidenti: si moriva.

E prima di morire i malati divenivano prima alti alti alti, ma tu sei paperina che cosa ci vuoi far, e poi stramazzavano al suolo con il volto dipinto di blu ù ù.

Si seppellirono i morti, se ne parlò per un po’ e poi più nulla.

Nessuno che considerasse davvero pericoloso quell’inusuale morbo. In fin dei conti ne passavano tante di strane cose nella contea, e il Papparappappagnau (così era stata chiamata la malattia, dal nome dello scopritore) non sembrava niente più che una delle solite assurdità che di tanto in tanto capitavano in quei luoghi.

E infatti era proprio così.

 

Che cosa spinse realmente questa storia a cominciare anziché continuare a insistere su percorsi stracolmi d’idiozia inconcludente?

 

Postato da: Marcondirondel a 17:46 | link | commenti
capitolo i, holfast

sabato, 22 settembre 2007
Il vero inizio del motivo

Il nostro eroe (ma di cosa?!? Non ha fatto ancora una mazza!!) stava pescando trote cocomero in riva al vecchio fiume, disteso tra l’erba e con la sacca già mezza piena di pesci splendidamente avvinazzati (caratteristica tipica delle trote cocomero è quella di essere costantemente ubriache, questo rende anche relativamente facile la loro cattura, nonché cottura), ma la sua pace era destinata a finire presto.

 

- Ma perché, scusa? Non si potrebbe smetterla di insistere a volermi far fare ‘sta cosa e lasciarmi invece bello tranquillo a sprecare il mio tempo? Tanto saranno già tre, quattro paragrafi che vai avanti così: che ti frega?

 

E invece no.

 

Nonostante la sua scarsa propensione all’avventura e al protagonismo (cosa che non facilita le vendite) Tolman si trovò invischiato in qualcosa di assai più grande di quello che poteva immaginare la sua buffa testolina: una torta al caciocavallo veramente spropositata. E per di più a piedi nudi. Ma questo non ci interessa, non più di tanto almeno.

 

Un’ospite inatteso, quanto scomodo, giunse all’improvviso a bussare alla sua porta (ma non era in riva al fiume a pescare fino a un istante fa?).

“Chi è?” chiese Dolmen dall’interno.

“Sono Sauron.” Rispose una voce tonante e decisa.

“CHE COSA?!? MA, ma…QUEL SAURON??”

“Ma dai, no, ti pare? E’  uno scherzo! Che fessacchiotto!”

“Ah…meno male… ma allora chi sei?”

“Sono Morgoth.”

 

La farsa continuò ancora a lungo, finché lo straniero non esaurì l’intera comunità malefica, reale e immaginaria, che popolava i racconti e le leggende della Terra di Mezzo. E finché, ovviamente, quel mentecatto di Dormen continuò a credergli.

 

Finalmente il piccolo e stupido Hobbit si decise ad aprire, per vedere cosa si celasse aldilà del portone e di tutta quella giocosità e allegria che aveva portato il misterioso visitatore a farsi beffe di lui.

Di fronte alla casa si trovava un minuscolo esserino grigio, che lo fissava con due grandi occhi sporgenti, interamente avvolto in un’ampia cappa dal colore indefinibile, consumata dal tempo e dalle intemperie. Il suo sguardo pareva implorare aiuto e pietà.

 

“Ma sei coglione?!? Cosa cazzo ti salta in mente!?!” e gli sferrò un poderoso calcio in bocca.

 

La creatura rotolò nella polvere, andando a fermarsi proprio contro lo zoccolo di un cavallo.

Dolmen si rese conto in quel momento che, con ogni probabilità, la sua testa era vuota e inutile, proprio come le uova di pasqua avanzate a settembre.

Montava quell’enorme destriero un cavaliere dall’aspetto imponente (ricordatevi che per un hobbit anche un bambino grasso è imponente), ricoperto da capo a piedi della più lucente armatura che egli avesse mai visto.

“Voi siete ricoperto da capo a piedi della più lucente armatura che io abbia mai visto!” disse ingenuamente.

Ci fu un lungo istante di silenzio, durante il quale l’autore si interrogò sulla legittimità di una simile vaccata.

Poi il cavaliere tuonò: “Sei tu Tolman Giardiniere, ultimogenito di Samvise Giardiniere e Rosa…”

“Sì, vabbè: sono io.” Si affrettò a rispondere.

Il misterioso personaggio lo osservò dalla celata dell’elmo. Poteva sentire il suo sguardo infastidito percorrere tutto il suo minuscolo e debole corpo. Anche l’autore sembrava indispettito dall’aver perduto l’opportunità di sprecare un po’ di spazio con inutili patronimici e compagnia bella.

L’autore si rese conto che la sua presenza nel racconto stava divenendo decisamente invadente.

 

“Ebbene, Tolman Giardiniere” riprese il cavaliere, “devi venire con me: la tua presenza è necessaria.”

“Ma necessaria per cosa, di grazia?” rispose lui.

“Non mi è concesso di spiegarti, saprai ogni cosa a tempo debito. Ora monta: non c’è molto tempo.” A Tolman parve che il guerriero si guardasse intorno dall’interno della celata, come a cercare un nemico nascosto. 

“Scusate: ho mangiato pesante.” Si affrettò a rassicurarlo. “Piuttosto, vi pare possibile che io segua un tale che si presenta a casa mia senza un nome, senza un motivo, peraltro facendomi uno stupido scherzo; per andare non si sa dove a fare non si sa cosa?” Si fissarono intensamente per un attimo, poi scoccò la scintilla e lo hobbit lo baciò. “Bene: andiamo.” Dolmen montò in sella al cavallo (con l’ausilio di una scala) e partirono.

 

Avevano cavalcato per molte miglia e circa due ore, quando, colto da un improvviso e inaspettato dubbio, il cavaliere fermò il suo destriero, proprio nel mezzo in un’ampia radura. Mille fili d’erba dorati riflettevano il bagliore del disco solare, accompagnati da begonie e buburu in fiore, mentre più avanti lo sguardo si perdeva laddove iniziava la foresta: un fitto intreccio di rami e fogliame, dall’aria oscura e impenetrabile.

 

“Porca miseria nana.” Esclamò il guerriero.

“Che succede?”

“L’esserino pietoso: me lo sono scordato nella contea.”

Cadde il silenzio.

 

“Vabbè: ciccia. Al massimo muore.”

Spronò il cavallo e si diresse verso il bosco.

 

L’aria al di sotto delle fronde degli alberi si faceva sempre più densa e pesante, e la luce filtrava appena attraverso quell’inestricabile groviglio di foglie. Il piccolo hobbit si guardava intorno con aria spaventata e perplessa.

“Come mai stiamo passando attraverso questa sterpaglia?” domandò al cavaliere “Non c’era un modo per aggirare  la selva, un’altra strada, che so..?”

“Senti, nanetto saputello, se avessi avuto la possibilità di evitare questa foresta non credi che l’avrei fatto?”

“A dire il vero no. Mi dai l’idea di un pazzoide esagitato che va matto per questo genere di imprevisti.”

 

Ma la loro conversazione venne bruscamente interrotta: una creatura spuntò fuori dalle frasche e gli sbarrò la strada col suo corpo tozzo e sproporzionato.

Si trattava di un Troll dei Boschi Dolciastri, una razza ben meno pericolosa dei loro cugini Della Frutta, ma assai più fastidiosa e, se possibile, ancor meno profumata (litote).

 

“Voi dà me cib’ o Chupachups taglia gamb’!”

“Come mai proprio le gambe?” chiese Walkman.

“E come hai detto che ti chiami?” aggiunse il cavaliere.

“Chupachups! Taglia gamb’! Gamb’ più bass’: più facil’!”

“Ma perché parli come Cattivik?”

 

All’improvviso gli avvocati di una nota casa editrice fecero capolino nella dimora dell’autore.

 

******

 

“Consegnatemi le vostre scorte alimentari, prego, altrimenti colui che avete innanzi, noto col nome di Leccalecca, vi priverà degli arti inferiori.”

“Hmm… tutto ciò mi pare un tantinello esagerato.” Esclamò Dolmen.

 

******

 

“Epporca****#!! Damme tutto! So’ Ciupaciups! Ve stronco le gambe sennò!”

“Io me ne vado.” Disse il cavaliere, indignato.

 

******

Per tagliar corto: Chupachups rimediò un considerevole ammontare di botte e se ne tornò nella sua fetida tana.

“Eh no! Io voglio combattere! Che ci sto a fare, altrimenti?” disse il guerriero misterioso. 

Già.

 

******

Dolmen procedeva a passi stentati attraverso il bosco, quando all’improvviso

“Oh! Ma che mi togli dalla storia??!”

 

******

 

I due, dopo mille peripezie, finalmente giunsero a Pando Ro.

Postato da: Marcondirondel a 13:20 | link | commenti
capitolo i, holfast

domenica, 30 settembre 2007
La città di Pando Ro

Tolman aveva ormai quasi dimenticato la ragione per cui si trovava in viaggio, anzi: in realtà non l’aveva mai saputa, ma la curiosità per quel mondo così diverso e così nuovo ai suoi occhi lo aveva completamente abbagliato. Proprio come una roccia che, mentre precipita da un dirupo situato in un luogo ameno, travolge una scimmia, intenta a coglier bacche, ed insieme rotolano verso il mare cristallino, così Dolmen e il suo compagno d’avventure avevano una sola domanda per la testa: come cazzo si chiamano gli abitanti di Pando Ro?

 

“Roiti.”

La risposta, secca e lapidaria, li soddisfò soltanto in parte. In compenso forniva una logica spiegazione alle discutibili fattezze dei paesani.

 

“Piuttosto, buon uomo, sapreste dirci se c’è una locanda nella quale io e il giovane hobbit possiamo riposare?”

 

Sempre più accigliato il tale rispose: “C’è <<La Bestia Tumebonda>>, proprio a fianco a quella casa.”  Disse indicando un’abitazione buffoncella.

 

“Vi ringrazio, e scusate il disturbo.”

 

“Niente. Comunque sono una donna.” 

 

Il cavaliere non disse nulla, ma si voltò e proseguì velocemente verso il luogo che gli era stato indicato. Dolmen invece si trattenne ancora un istante.

 

“Grazie e complimenti per la barba.” Disse, con tono di sincera ammirazione.

 

 

Il guerriero era appena entrato nella locanda. Il posto, nonostante il nome poco invitante, non sembrava affatto spiacevole: un’accogliente e rustica locanda come quelle che aveva visto sulle foto di certi depliant turistici invernali. Dietro al bancone, pronto ad accoglierlo, stava l’uomo più brutto mai nato sulla faccia della terra, del quale vi risparmio volentieri la descrizione. Aveva stampata in faccia un’espressione malinconica e insieme nervosa, in netto contrasto con la voce e i modi con i quali accolse il cliente.

 

“Salute a voi, straniero! Se è una stanza che volete, siete nel posto giusto! Se è una birra che volete, siete nel posto giusto! E se invece volete soltanto un’informazione, siete sempre nel posto giusto!”

 

E sorrise, provocando una reazione di sommo disgusto nell’avventore, che rimase fortunatamente celata dall’elmo.

 

“Dunque… vorrei una stanza con due letti, se possibile.”

“Ma certo! E quanto intendete restare?”

“Veramente solo per questa notte. Ripartiremo domani all’alba.”

 

A quella risposta l’uomo tentò di esprimere con il volto una certa tristezza, o forse delusione, ma in realtà la sua mimica facciale restava sempre malinconica e insieme nervosa. Probabilmente non poteva fare nient’altro, con quella faccia lì. 

 

“Ma come? Così poco? Ma Pando Ro è piena di cose da vedere! C’è il museo dei peli, poi la mostra di spugne di mare, la ciste più grande del mondo…”

 

“Purtroppo non siamo in viaggio di piacere.”

 

“Capisco… beh, vi auguro di trovare il tempo per tornare allora!”

 

E sorrise di nuovo, mettendo in mostra i 4 denti a sua disposizione e causando un lieve rigurgito al cavaliere senza nome.

 

“Ecco le vostre chiavi, la stanza è al primo piano, immediatamente a destra. Se avete bisogno di qualcosa non esitate a chiedere!”

 

“Hey, ma perché questa locanda ha un nome così assurdo?” disse Soulman, entrando.

 

Il proprietario lo guardò. Forse intendeva risultare indispettito. Invece aveva la solita espressione malinconica e insieme nervosa.

 

“E’ il mio nome, quello.”

 

“Cioè: voi vi chiamate La Bestia Tumebonda?”

 

“Beh, in realtà è un soprannome. Il mio vero nome è <<Il Putrido Orrore Mefitico Tumebonda>>”

 

“Ah, questo cambia tutto.”

 

“Basta così.” Il cavaliere si infilò sotto braccio il mezz’uomo e si avviò al piano superiore.

Postato da: Marcondirondel a 13:48 | link | commenti
capitolo i, holfast